Terapia breve strategica per la coppia: come funziona in 10 sedute

Cosa succede concretamente, seduta dopo seduta, quando un terapeuta breve strategico lavora con una coppia in crisi.

C’è una frase che sento ripetere quasi a ogni primo colloquio, detta con una stanchezza che conosco bene: “Abbiamo già provato a parlarne mille volte, e non cambia niente.” È il momento in cui molte persone iniziano a cercare la parola terapia breve strategica per la coppia, spesso dopo aver capito che il problema non è la mancanza di buona volontà. La buona volontà c’è. C’è da anni. Eppure il punto in cui vi siete bloccati è sempre lo stesso.

Se sei arrivata fin qui, probabilmente hai già sentito nominare diversi approcci, Gottman, EFT, terapia strategica, senza capire cosa li distingua nella pratica. E hai una paura precisa: iniziare un percorso lungo, costoso, che si trascina senza che nulla si muova.

Qui ti racconto come lavoro io con una coppia, cosa accade nelle dieci sedute che mediamente compongono un percorso, e perché il cambiamento che conta non avviene nella mia stanza ma nella vostra casa, il martedì sera, davanti al lavandino pieno di piatti.

Perché la tua coppia è bloccata (e cosa c’entra con le tentate soluzioni)

La maggior parte delle coppie che incontro non ha un problema di amore. Ha un problema di ripetizione. Esiste un copione, una sequenza di mosse e contromosse che si attiva sempre allo stesso modo, e che ogni volta finisce nello stesso identico punto. Lui dice una cosa, tu rispondi in un certo modo, lui si chiude, tu insisti, lui si chiude di più. Lo avete fatto talmente tante volte che potreste recitarlo a memoria.

Il paradosso è questo: ciò che vi tiene bloccati non è il problema iniziale. È quello che fate per risolverlo.

Cosa sono le tentate soluzioni nella coppia

Quando qualcosa nella relazione fa male, è naturale provare a sistemarlo. Si parla, si spiega, si insiste, oppure si tace, ci si allontana, si controlla. Sono reazioni sensate, logiche, comprensibili. Il problema è che alcune di queste reazioni, ripetute mille volte, smettono di funzionare e iniziano a fare l’esatto contrario: alimentano proprio ciò che vorrebbero spegnere.

Questo è il cuore della terapia breve strategica. La cosiddetta tentata soluzione è un’idea che nasce dalla ricerca del Mental Research Institute negli anni Settanta e che Giorgio Nardone ha portato al centro del suo modello. Il presupposto è semplice e scomodo: spesso non è il problema a mantenere la crisi, ma il tentativo sbagliato di risolverlo, applicato con costanza e in buona fede.

Cos’è una tentata soluzione

È quel comportamento che metti in atto per stare meglio nella relazione, che sul momento ti sembra l’unica cosa sensata da fare, e che però, ripetuto nel tempo, peggiora esattamente la situazione che vorresti migliorare. Non è un errore di chi è distratto o cattivo. È la trappola di chi ci prova davvero.

Le tre tentate soluzioni che vedo più spesso nel mio studio

Le forme che assumono sono molte, ma tre tornano con una regolarità che ormai riconosco appena le persone iniziano a raccontare.

Parlare di più (e ottenere meno). È la tentata soluzione più diffusa, soprattutto tra le donne. Lui si chiude, e tu parli. Spieghi, argomenti, cerchi di farti capire, torni sull’argomento il giorno dopo perché “ne dobbiamo parlare”. Ogni parola ti sembra un ponte. Ma più parli, più lui si ritira, perché ogni tua spiegazione, dal suo punto di vista, suona come una richiesta a cui non sa rispondere. Così tu alzi l’intensità per arrivare a lui, e lui alza il muro per proteggersi da te. La soluzione è diventata il motore del problema.

Sopportare in silenzio (e poi esplodere). Qui la logica è opposta ma l’esito è gemello. Per evitare l’ennesimo litigio, lasci correre. Una volta, dieci volte, cento volte. Ti dici che non vale la pena, che sei la persona matura. Poi, un martedì qualsiasi, esplodi per un piatto lasciato nel lavandino, e l’altro ti guarda sconcertato perché non capisce da dove arrivi tutta quella rabbia per così poco. Non era per il piatto. Era per le cento volte che non hai detto niente. Ma il silenzio accumulato ha reso quell’esplosione illeggibile, e quindi inutile.

Controllare tutto (e perdere la spontaneità). Quando una relazione fa paura, una delle strade più istintive è cercare di tenerla sotto controllo. Gli orari, i messaggi, gli umori dell’altro, persino i suoi gesti d’affetto, che a furia di essere richiesti smettono di essere spontanei. Il guaio è che l’affetto su richiesta non rassicura. Più lo pretendi, meno ti basta, perché un abbraccio che hai dovuto chiedere non risponde mai alla domanda che lo ha generato: “Mi ami ancora?”.

In tutti e tre i casi noterai una cosa: il problema non è che fate troppo poco. È che fate moltissimo, e sempre nella stessa direzione.


Come funziona la terapia breve strategica quando lavora con la coppia

A questo punto la domanda diventa: e allora cosa si fa? La risposta della terapia breve strategica è meno intuitiva di quanto sembri, perché non parte dal cercare di capire perché siete fatti così. Parte dall’interrompere ciò che vi tiene incastrati adesso.

Il focus è sul come, non sul perché

Buona parte delle terapie a cui pensiamo lavora sul perché: perché reagisci in quel modo, da dove viene, cosa ti ha portato fin qui. È un lavoro che ha valore. Ma l’approccio strategico fa una scelta diversa, e la fa per una ragione pratica: il passato non si può cambiare, il presente sì.

A me, in seduta, non interessa stabilire chi ha ragione sul perché litigate. Mi interessa osservare come litigate, perché è in quel “come” che si nasconde la chiave per uscirne.

Non mi interessa perché litigate per il piatto nel lavandino. Mi interessa come quel litigio si ripete ogni volta nello stesso identico modo. Perché se riusciamo a cambiare anche una sola mossa di quella sequenza, l’intera sequenza smette di funzionare.

Prescrizioni e compiti: il cambiamento avviene fuori dallo studio

Ed è qui che la terapia strategica diventa concreta. Non lavoriamo solo parlando in seduta. Tra un incontro e l’altro la coppia riceve indicazioni precise, piccoli compiti da mettere in pratica nella vita reale. Perché la vita di coppia non si svolge nel mio studio. Si svolge a casa vostra, ed è lì che il copione va riscritto.

A volte chiedo alla coppia di fare qualcosa che, sul momento, sembra non avere alcun senso. Qualcosa di inatteso, che rompe la sequenza prima che possa partire. Non posso entrare nei dettagli di queste indicazioni, perché vanno calibrate sulla singola coppia e perdono efficacia se anticipate. Ma il principio è quello: è il gesto inaspettato a incrinare l’automatismo. Una volta che la vecchia mossa non riceve più la solita risposta, il meccanismo si inceppa. E un meccanismo inceppato è un meccanismo che si può finalmente cambiare.


Cosa succede in pratica: il percorso in tre fasi

Questa è probabilmente la parte che ti interessa di più, se stai decidendo se cominciare. Un percorso breve strategico per la coppia si articola, di solito, in tre fasi. Non sono compartimenti rigidi, ma danno l’idea di come si muove il lavoro nel tempo.

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Fase 1: capire come funziona il vostro problema (sedute 1-3)

Le prime sedute servono a mettere a fuoco non tanto il problema quanto il suo funzionamento: quali sono le tentate soluzioni in atto, come si innesca il copione, qual è l’obiettivo concreto che la coppia, come squadra, vuole raggiungere. È una fase di osservazione attiva. Dato che ho già descritto nel dettaglio cosa aspettarsi dal primo incontro, qui mi limito a dire che è meno spaventoso di come te lo immagini. Trovi tutto nell’articolo dedicato alla prima seduta di terapia di coppia.

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Fase 2: interrompere il copione e sperimentare qualcosa di diverso (sedute 4-7)

È il cuore del percorso. Una volta capito come si mantiene il problema, iniziamo a smontarlo. Attraverso le prescrizioni, la coppia comincia a fare cose diverse da quelle che ha sempre fatto, e qui accade il momento che aspetto a ogni percorso: la prima volta in cui la sequenza non si chiude come al solito. Lui non si ritira. Tu non insisti. Qualcosa, per la prima volta, va in modo diverso. È un’esperienza, non un ragionamento, e proprio per questo lascia il segno. La coppia scopre con il proprio corpo che il copione non è un destino. Da quel momento, il lavoro cambia di tono: non si tratta più di capire se il cambiamento è possibile, ma di farlo accadere più spesso.

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Fase 3: consolidare il cambiamento e costruire autonomia (sedute 8-10)

L’obiettivo di un buon percorso non è creare dipendenza dal terapeuta. È l’opposto. Nell’ultima fase la coppia impara a gestire da sola ciò per cui prima aveva bisogno di me: a riconoscere il copione quando sta per ripartire, a fermarlo, a sostituirlo con qualcosa di più sano. Il mio ruolo si fa progressivamente più leggero, finché non serve più. È il segno che il lavoro ha funzionato.

Una precisazione sul numero. Quando parlo di dieci sedute non intendo un numero fisso, ma un riferimento realistico. I dati del Centro di Terapia Strategica di Arezzo, su un campione di oltre tremila casi seguiti per dieci anni, indicano una media di sette sedute per la risoluzione e un’efficacia intorno all’88% (Nardone, Watzlawick). Alcune coppie si sbloccano prima, altre hanno bisogno di qualche incontro in più. Ma se entro le prime sedute non si muove proprio nulla, è un dato su cui è giusto fermarsi a ragionare insieme, non un motivo per andare avanti all’infinito.


Cosa rende diverso questo approccio dagli altri

Una cosa che voglio essere onesta nel dirti: io non lavoro “solo” con la terapia breve strategica. La uso come base, come struttura portante, ma negli anni ho imparato che integrarla con altri due modelli rende il lavoro con la coppia più completo.

TBS, metodo Gottman ed EFT: come si integrano nel lavoro con la coppia

La terapia strategica mi dà il metodo per interrompere i meccanismi che mantengono il problema. Il metodo Gottman, costruito su decenni di osservazione dei comportamenti reali delle coppie, mi aiuta a leggere con precisione i pattern comunicativi, i segnali che annunciano un conflitto distruttivo e quelli che invece lo riparano. Su come questi segnali funzionano nel concreto ho scritto un articolo dedicato alla comunicazione di coppia. La Terapia Focalizzata sulle Emozioni di Sue Johnson, infine, mi permette di arrivare a ciò che sta sotto il conflitto: la paura di non essere amati, il bisogno di sentirsi al sicuro, le emozioni profonde che il litigio nasconde più che esprimere.

La logica di questa integrazione è semplice. La strategica è potentissima nel rompere lo stallo, ma da sola rischia di lasciare la coppia con strumenti nuovi e poca consapevolezza di cosa li muove. Gottman colma questo spazio dando un linguaggio preciso a ciò che accade nel dialogo. L’EFT scende ancora più in profondità, perché molto spesso quel piatto nel lavandino non parla di piatti: parla di una persona che si sente sola dentro la propria casa. Tenere insieme i tre livelli, comportamento, comunicazione ed emozione, significa non lasciare scoperto nessuno dei piani su cui una crisi di coppia si gioca davvero.

Approccio Focus principale Cosa porta alla coppia Quando è più utile
Terapia breve strategica Focus principaleCome il problema si mantiene nel presente Cosa portaStrumenti per rompere i meccanismi bloccati Quando è più utileQuando la coppia è incastrata in copioni che si ripetono
Metodo Gottman Focus principaleI pattern comunicativi osservabili Cosa portaLettura chiara di cosa distrugge e cosa ripara il dialogo Quando è più utileQuando il problema è il modo in cui ci si parla
EFT (Sue Johnson) Focus principaleLe emozioni e i bisogni di attaccamento Cosa portaAccesso a ciò che sta sotto il conflitto Quando è più utileQuando la distanza emotiva ha preso il posto del legame
Approccio integrato Focus principaleTutti e tre insieme, calibrati sulla coppia Cosa portaUn percorso che agisce su comportamento, comunicazione ed emozione Quando è più utileQuando si vuole un cambiamento concreto e duraturo

Le ricerche su questi modelli sono solide. Gli studi sull’EFT mostrano effetti consistenti sulla soddisfazione di coppia e sul recupero del legame (Wiebe & Johnson, 2016), mentre il metodo Gottman ha dimostrato miglioramenti duraturi nell’adattamento coniugale e nell’intimità anche a distanza dalla fine del percorso (Davoodvandi et al., 2018). Tre lenti diverse sullo stesso problema, che insieme vedono più di quanto vedrebbero da sole.

Perché non si scava nel passato (e cosa si fa invece)

“Ma se non parliamo di come siamo arrivati fin qui, come facciamo a capire?” È un dubbio legittimo, e merita una risposta chiara.

Non scavare nel passato non significa ignorarlo né negarne il peso. Significa fare una scelta strategica precisa: il passato è immodificabile, mentre il meccanismo che vi tiene bloccati è attivo adesso, in questo momento, ogni volta che si ripete. E ciò che è attivo nel presente si può interrompere nel presente.

C’è anche una ragione più sottile. Capire l’origine di un copione, da sola, raramente basta a smettere di recitarlo. Conosco coppie che sanno perfettamente da dove arrivano le loro reazioni, hanno fatto anni di lavoro su questo, e continuano comunque a litigare allo stesso modo ogni domenica. La consapevolezza dell’origine dà sollievo, a volte molto, ma non interrompe l’automatismo nel momento in cui scatta. Per interromperlo bisogna cambiare le mosse mentre le si sta facendo, non dopo averle comprese.

Questo non toglie nulla agli approcci che scelgono di partire dal passato: fanno un lavoro prezioso, su un piano diverso. La terapia strategica fa semplicemente una scommessa differente. Scommette che, una volta cambiato il presente, anche il modo in cui guardate al vostro passato cambierà di conseguenza, perché non lo leggerete più dalla posizione di chi è ancora dentro il problema.


Per quali problemi di coppia funziona (e per quali no)

La terapia breve strategica per la coppia non è una formula magica, e fingere che lo sia sarebbe disonesto. Funziona molto bene in alcune situazioni, ed è particolarmente indicata quando:

  • la coppia è intrappolata in conflitti ciclici che ricominciano sempre dallo stesso punto (ne parlo nello specifico nell’articolo sui litigi di coppia);
  • si è installata una distanza emotiva che cresce in silenzio, fino a far sentire due estranei sotto lo stesso tetto (un tema che approfondisco parlando di distanza emotiva nella coppia);
  • la comunicazione si è bloccata e ogni tentativo di parlarne peggiora le cose;
  • la crisi non si sblocca da sola, nonostante il tempo passi;
  • avete già provato a risolvere da soli, più volte, senza risultato.

Il filo che unisce queste situazioni è sempre lo stesso: c’è un meccanismo che si ripete e che la coppia, da sola, non riesce più a fermare. È esattamente il terreno su cui un intervento strategico lavora meglio, perché non deve ricostruire chi siete, ma interrompere ciò che fate.

Ci sono però situazioni in cui questo approccio, da solo, non basta o non è indicato. In presenza di violenza all’interno della relazione la priorità non è la terapia di coppia ma la sicurezza della persona, e il quadro va affrontato con strumenti dedicati. Lo stesso vale quando c’è una dipendenza attiva non trattata, perché finché resta in gioco, qualsiasi lavoro sulla relazione poggia su un terreno che si muove. E vale per le patologie psichiatriche gravi non in cura, che richiedono un percorso clinico specifico e prioritario. In questi casi servono interventi mirati, e il primo passo responsabile è riconoscerlo invece di promettere risultati che non potrebbero arrivare.

La terapia breve strategica non è per tutte le coppie, ed è importante saperlo prima di iniziare. Una terapeuta seria te lo dice al primo colloquio, non alla decima seduta.

Domande frequenti

La terapia breve strategica funziona davvero in così poche sedute?

Sì, e i dati lo confermano. La ricerca del Centro di Terapia Strategica di Arezzo, condotta su oltre tremila casi nell’arco di dieci anni, riporta circa l’88% di risoluzione con una media di sette sedute. Le ricerche internazionali sui modelli di terapia di coppia breve, come l’EFT, mostrano risultati altrettanto solidi. La brevità non è una scorciatoia: è il frutto di un metodo che lavora sul meccanismo che mantiene il problema, invece di disperdersi. Detto questo, “poche sedute” non vuol dire “poco impegno”: il lavoro vero lo fa la coppia tra un incontro e l’altro.

Cosa succede se il mio partner è scettico o non collabora?

È una situazione più comune di quanto pensi, e non è una condanna. Spesso lo scetticismo iniziale si scioglie dopo i primi incontri, quando l’altro si accorge che non si tratta di processi né di cercare un colpevole. In alcuni casi si può iniziare anche da soli, lavorando sulla propria parte del copione: cambiando le tue mosse, cambi comunque la dinamica. Ho dedicato un articolo intero a questo tema, su cosa fare quando il partner non vuole fare terapia di coppia.

Si può fare online o serve andare in studio?

Funziona in entrambi i modi. La terapia di coppia online ha dimostrato un’efficacia paragonabile a quella in presenza, e per molte coppie è anzi più sostenibile: niente spostamenti, più facilità a trovare un orario condiviso, specie quando si vive in città diverse o si hanno figli piccoli. Lavoro regolarmente online con coppie in tutta Italia. La scelta dipende soprattutto da cosa vi mette più a vostro agio.

Come capisco se questo approccio è quello giusto per noi?

Un criterio pratico: se sentite di essere bloccati in qualcosa che si ripete e che non riuscite a fermare da soli, l’approccio strategico ha buone probabilità di esservi utile. Se invece cercate uno spazio per esplorare a lungo le vostre storie individuali, potreste preferire un percorso di altro tipo. Il modo più onesto per capirlo è il primo colloquio: serve esattamente a questo, a valutare insieme se c’è incastro tra ciò che cercate e ciò che questo metodo offre.

Che differenza c’è tra terapia breve strategica e terapia cognitivo-comportamentale per la coppia?

Entrambe lavorano sul presente e in tempi contenuti, e per questo vengono spesso confuse. La differenza sta nel punto di leva. La cognitivo-comportamentale interviene soprattutto sui pensieri disfunzionali e sui comportamenti, aiutando a riconoscerli e modificarli. La strategica si concentra sulle tentate soluzioni, cioè sui tentativi di risolvere il problema che finiscono per alimentarlo, e usa prescrizioni mirate per interromperli. Sono due strade valide e in parte vicine: cambia la chiave di lettura del problema e il tipo di intervento.


Il primo passo è sempre il più difficile

Se sei arrivata fino a qui, leggendo tutto, voglio dirti una cosa. Cercare di capire come funziona un percorso prima di iniziarlo non è un segno di indecisione. È già un modo di prenderti cura della tua relazione, forse il primo da un po’ di tempo.

La parte più difficile, quasi sempre, non è la terapia. È la telefonata che la precede, quel gesto di ammettere ad alta voce che da soli non ci state riuscendo. Eppure è proprio lì che inizia il cambiamento, non nella decima seduta. Se vuoi capire prima il quadro più ampio degli approcci e di quando ha senso rivolgersi a qualcuno, trovi tutto nell’articolo su come funziona la terapia di coppia. E quando vorrai, sai dove trovarmi.